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"Scritte che rappresentano il fallimento di una comunità"

CIVITAVECCHIA - "Cara Civitavecchia,
con queste poche righe sono a denunciarti una situazione che sinceramente trovo assurda e alla quale da troppo tempo nessuno sta ponendo rimedio. Per deformazione personale tendo ad andare subito al sodo: mi riferisco alle frasi ingiuriose che campeggiano da tempo una sul muro accanto alle scale per accedere alla stazione (muro di fronte ad un noto bar) e l’altra nella rampa per disabili che conduce in piazza Betlemme alla Marina (esattamente dove di tanto in tanto la valvola del troppo pieno rigurgita liquami). Le frasi, opera di qualche debosciato, sono le seguenti: “1,10,100 raciti”; “Speziale libero”. Leggere queste amenità tutti i giorni, andando a prendere il treno alle 6 del mattino, lascia nel sottoscritto, e in molti altri civitavecchiesi, un senso di disgusto misto a rabbia, impotenza e sdegno. Segnalo questo non tanto per i “milioni” di croceristi che transitano per Civitavecchia (nei pochi chilometri che separano le banchine del porto e la stazione ferroviaria ne abbiamo a bizzeffe di biglietti da visita penosi) e che quindi potrebbero leggere queste frasi e farci vergognare, immagino il rumore dei loro pensieri: “Il porto nel cuore del Mediterraneo come simbolo di accoglienza turistica non ha appunto la frase welcome to Civitavecchia harbour heart of Italy ma bensì frasi inneggianti un assassinio…”. Lo dico piuttosto per i nostri figli, i tuoi figli Civitavecchia, che ogni giorno passano di lì o frequentano le loro comitive sul muretto poco distante. Quelle frasi rappresentano, queste e non la statua del bacio, un monumento all’idiozia inaccettabile, offensivo e irrispettoso verso la storia che una città come la nostra non può permettersi. Trovo queste scritte ancora più degradanti dei cassonetti stracolmi e dati alle fiamme, più dannosi della centrale a carbone, più vergognosi di qualsiasi altro capitolo negativo della città per un solo motivo: rappresentano il fallimento di una comunità intera, la sconfitta più clamorosa che una città gloriosa come la nostra poteva immaginare. In quelle scritte c’è la spiegazione di tutto: delle risse sul lungomare, dell’incuria e dell’inciviltà, dello spaccio che le forze dell’ordine quotidianamente combattono senza mezzi, della scuola che non ha strumenti e non sa dare risposte, e potrei andare avanti così per pagine e pagine. Quello che mi chiedo è come sia stato possibile che nessuno, anche durante la campagna elettorale (visto che una delle due scritte campeggia proprio in uno spazio dove vengono installati i totem) abbia fatto caso a questo scempio e abbia provveduto a rimuoverle immediatamente, magari anche facendosi immortalare durante il gesto; giuro che avrei riflettuto sulla mia intenzione di voto. Ovviamente è una provocazione cara Civitavecchia, una battuta, con la quale però si evince il gap che ormai si è creato tra chi governa (o in questo caso dovrebbe controllare) e la città. Amministrazione cerchi di capirmi, non sto dicendo a Lei, che potrebbe rispondermi che è arrivata da poco ed è costantemente alle prese con le grane del Comune, a dover far immediatamente qualcosa. Lo dico a Lei perché lei è la città, ed in quanto tale rappresenta tutti. Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo ripartire dagli autori di quelle scritte raggiungendoli nelle piazze, al lungomare sui muretti, nelle scuole, nelle case per fargli capire che imbrattare i muri con frasi del genere o spaccare le panchine della Marina, etc etc etc ci rende una cittadina da quarto mondo (con tutto il rispetto per il quarto mondo che vive nell’indigenza) anni luce lontana dalle località proprio da loro tanto sognate. Fargli capire che se danneggio un bene pubblico danneggiano qualcosa di loro perché credo che le tasse e le imposte le paghino come molte difficoltà anche i loro genitori e che quindi quando sarà necessario riprogettare un nuovo master plan della Marina e verrà messo a cantiere lo pagheranno sempre loro e i loro genitori mentre maledicendo il sindaco di turno diranno che è inutile e che a Civitavecchia “non c’è un cazzo” e che so “dieci volte che rifanno la Marina e corso Centocelle”. Credo, e concludo cara Civitavecchia, che soltanto ripartendo con questo spirito e con questo impegno possiamo rialzarci da questa crisi economica e culturale che ci attanaglia e ci opprime da troppo tempo. Quella che vedo ogni giorno dinnanzi a me non è la mia Civitavecchia, che conosco e che voglio, e anche se “pendolo” ogni giorno per lavoro, non ho alcuna intenzione di andarmene si chiaro: sei la mia città, il mio mare, la mia cultura, la mia storia e ciò che è mio lo difendo con le unghie e con i denti".
Matteo Marinaro
Giornalista

 

(23 Set 2014 - Ore 13:27)

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