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La babele dell'acqua dove nessuno sa nulla

La crisi idrica ha riportato sotto i riflettori l’assurda situazione di Civitavecchia. Cinque fornitori diversi, con una rete colabrodo. Il Medio Tirreno non può quantificare neppure l’esatta fornitura. Il contratto con Acea non è mai stato rinegoziato, nonostante si paghi sempre il massimo di eccedenza 

L’emergenza idrica ha riacceso i riflettori su quella che appare come una vera e propria babele: è la giungla dell’acqua del Comune di Civitavecchia. Cinque soggetti diversi che riforniscono la rete idrica locale, con contratti - quando si trovano - a volte stilati o modificati in virtù di verbali di riunioni scritti a mano, con grafia incomprensibile, cancellature e ripensamenti. E intanto l’acqua, quando arriva, si perde in un colabrodo su cui anche intervenire diventa un’impresa, affidata alla memoria dei pochi addetti comunali che in materia di reti idriche sono le uniche certezze del Comune, anche solo per aprire un idrante o deviare il corso dell’acqua per dei lavori.
E’ la situazione incredibile in cui da anni, se non decenni, si trova Civitavecchia. Una situazione che, evidentemente, è durata finora perché a qualcuno deve pure far comodo. Non si spiegherebbe altrimenti il caos che regna sovrano quando si pronuncia la parola ‘‘acqua’’ a Palazzo del Pincio. Un caos, o quantomeno un ingiusitificabile quadro di incertezza, che investe i vari livelli coinvolti nella gestione di quello che è un servizio essenziale che costa ogni anno alcuni milioni di euro.
Cominciamo dalla fornitura: Civitavecchia compra l’acqua da Acea, Siit, Nuovo Mignone, Medio Tirreno ed utilizza l’acquedotto dell’Oriolo, di proprietà comunale. La crisi di questi giorni ha portato alla verifica delle varie portate e si è scoperto, ad esempio, che il Medio Tirreno non è in grado di quantificare quanta acqua fornisce: «In partenza - dicono i tecnici - sono 60 litri al secondo, ma il Consorzio non può misurare quanta acqua arrivi effettivamente al partitore di Aurelia: troppe perdite nel tragitto». E come fa il Comune a pagare l’acqua al Consorzio, non conoscendo l’effettiva fornitura? Il problema è aggirato giuridicamente: il Pincio, infatti, formalmente si limita a sostenere - pro quota - i costi del Consorzio, di cui peraltro è presidente l’attuale assessore ai Lavori Pubblici, Enrico Zappacosta, ossia colui che dovrebbe intervenire per risolvere questa evidente anomalia. Da far cadere le braccia anche la situazione del contratto con Acea: stipulato nel 1994 e mai rinegoziato, nel minimo garantito di 110 litri al secondo, nonostante il Comune si trovi perennemente a dover pagare la fascia più alta di eccedenza. Senza contare che a fine anno la società fattura su consumi stimati (nel 2006 il doppio dell’effettivo consumo) con il Pincio costretto ad anticipare centinaia di migliaia di euro, sui quali poi paga anche gli interessi di mora, senza aver neppure consumato l’acqua in questione. A quando un intervento radicale?

(10 Ago 2007 - Ore 20:22)

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