DOMENICA 15 Dicembre 2019 - Aggiornato alle 20:54

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Il vescovo, malato di tumore, scrive ai suoi fedeli

\ILdi CARLO CHENIS

CIVITAVECCHIA - "Pochi giorni prima del Natale mi hanno riscontrato un invasivo tumore partito dal pancreas e esteso ad altri organi. Questa settimana sono entrato nel tunnel chemioterapico per tentare di arginare la malattia, per quanto clinicamente possibile. È davvero un tunnel oscuro, pieno d’imprevisti e d’incertezze. Seguendo questo mio percorso faccio esperienza del dissesto organico nel quale sono caduto. In siffatta situazione sto riscoprendo quanto complesso e mirabile sia il nostro organismo nel suo ordinario e silenzioso funzionamento.
Non credo però di essere “passato dall’altra parte della barricata”, luogo comune abitualmente applicato a chi incontra i malati da sano, come un medico, un infermiere, un prete. Fortunatamente nei miei innumerevoli contatti con la sofferenza ho sempre evitato con scrupolo l’atteggiamento consolatorio e artefatto. Piuttosto, ho puntato sull’incontro sovente silenzioso e sempre interpersonale tra due individui, uno accidentalmente sano, l’altra malato. Per questo fin dal primo momento della “sentenza”, confermata due volte, sono rimasto sereno, soprattutto sotto il profilo religioso, ma anche sotto quello psicologico. Permane la progressiva debilitazione fisica e l’incerta definizione prognostica, che però non distrugge la percezione della vicinanza di tante persone benevole e l’affidamento spirituale. Chi mi sta seguendo con benevolenza umana e competenza professionale, non nega i limiti terapeutici, esortandomi a vivere ogni singolo giorno accompagnato dagli ideali di sempre rivisti nel contesto attuale.
Scrivendovi da fuori Diocesi, nella fattispecie dall’ Ospedale San Raffaele di Milano, mi sembra di vivere però un momento di esilio, rimembrando il percorso di tanti vescovi costretti ad allontanarsi dai loro fedeli per avversità congiunturali. Questa volta non sono però i conflitti politici o religiosi a tenermi lontano. Anzi, sento vicinissima la presenza di tanti esponenti delle Istituzioni e delle Chiese presenti sul nostro territorio, oltre che d’innumerevoli amici, senza dimenticare il diuturno contatto con sacerdoti, religiosi e suore. Sono, invece tenuto lontano da imprevisti, assai prevedibili, di ordine del tutto naturale.
Tuttavia, non esito dal tradurre questa esperienza in maggiore vicinanza alla Chiesa di cui sono Pastore. Vicinanza certamente reciproca, intensificabile nello sforzo comune, pensando che le opinioni diverse sono ben poca cosa se si prende in considerazione l’essenza personale ritmata dal vivere e dal morire. Davvero la debolezza è paradossale occasione per riunire le forze: forze di amicizia, di solidarietà, di amore.
Non posso, allora, non fare mie le parole del vescovo cagliaritano Eusebio che approdando a Vercelli evangelizzò il Piemonte. In una sua lettera dall’esilio durante le rovinose persecuzioni romane scrisse ai suoi fedeli: “Mi raccomando, è importante custodire la fede, conservare la concordia, assicurarsi la preghiera”. Anche nel nostro territorio dobbiamo riprendere il ruolo leader della concordia. In caso contrario annegheremo nelle nostre chiacchiere insulse e false pietà.
Quest’esperienza di frontiera esistenziale mi sta nutrendo di sano realismo. Se si risolverà in questo mondo, cercherò di impegnarmi ancora di più nella comunione cristiana, mediante la solidarietà condivisa. In caso contrario il Signore provvederà, poiché la sua Chiesa è costituita in una marcia a staffetta sostenuta dagli “uomini di buona volontà”.
In questi giorni posso comunicare poco, per cui non riesco dire grazie a quanti mi stanno vicino. Lo faccio con questo messaggio rivolto a tutti singolarmente e personalmente. Posso solo offrirvi una sofferta prece e un fraterno abbraccio".

Carlo Chenis

(26 Gen 2010)

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